Durante un viaggio in Sicilia mi capitò un libro fra le mani…
La copertina blu recitava: “Il codice dell’anima” di James Hillman
Non so cosa mi avesse spinto ad acquistarlo, dato che non avevo mai sentito quel nome; tantomeno mi era stato consigliato da qualcuno.
Fatto sta che, tornato a casa, lo riposi sulla libreria insieme a quei tanti volumi che accumulo prima ancora di avere il tempo di leggere e finii quasi per dimenticarmene.
Me ne ricordai solo un anno dopo e per la prima volta da quel soggiorno siciliano, sentii crescere la curiosità che mi portò finalmente a iniziarne la lettura.
Sin dalle prime pagine Hillman mi metteva di fronte a un’idea tanto antica quanto semplice: ogni individuo nasce con una predisposizione verso qualcosa; per vivere al massimo delle nostre possibilità è necessario capire qual è la propria e come utilizzarla.
Per spiegarlo utilizzava la metafora di una ghianda che possiede già in sé la predisposizione per diventare una quercia, quando (e se) piantata nel giusto terreno.
Credo da sempre nell’idea di avere una direzione e tra le pagine di quel libro, per la prima volta, quella cominciava ad uscire dalla mia testa, trovando riscontro nel mondo esterno; e mi parve subito di riconoscerlo nella scelta professionale che avevo fatto.
Ho sempre amato i miti, le immagini e se c’è una cosa che sono sempre stato bravo a fare, è andare alla ricerca di storie e trovare il modo migliore di raccontarle.
Non si trattava di romanticismo; né di una giustificazione per seguire un capriccio a tutti i costi, ma di riconoscere quello che poteva essere il mio modo per dare un contributo concreto secondo le mie capacità, rimanendo fedele alla mia identità.
Durante gli anni dell’università’ ho capito che illustrazione e animazione sono anzitutto dei linguaggi utili a raccontare storie che non fossero confinate solo al mondo dell’intrattenimento e la curiosità per il loro potenziale mi ha portato ad esplorarne le possibilità comunicative negli ambiti più disparati:
ho lavorato nell’ambito del turismo, della pubblicità, dell’editoria, ma anche in contesti che mai avrei immaginato, come l’enogastronomia e la moda.
Ma la ghianda, per crescere, ha bisogno anche di limiti entro cui svilupparsi.
Per questo ho imparato un concetto fondamentale: professione e arte non sono sinonimi.
Qualcuno potrebbe pensare che, chi fa un mestiere come il mio, sia automaticamente catalogabile come artista. La realtà è che spesso, chi ha a che fare con la creatività, si ritrova a far fronte al fatto che buona parte dei progetti su cui si lavorerà non asseconderanno un impulso creativo personale, ma ci daranno la possibilità di esercitare le nostre skills.
È capacità inventiva; non arte.
Eppure…
…l’arte deve continuare ad essere presente se non vogliamo tirare fuori solo dei prodotti sterili, senza carattere.
Non è quindi il cosa, ma il come si sceglie di affrontare ogni progetto, affinché da questo emerga sempre un linguaggio definito, una personalità, una storia che valga la pena di essere raccontata.
Quella, forse, è arte. Quella e’ la ghianda.
La stessa che scelgo ogni giorno di seguire.
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